Aree F, che fare? Prioritario tutelare i nostri pozzi.


E’ evidente la distanza tra le politiche urbanistiche dell’amministrazione e una parte sempre più grande della città. Se la gradualità negli interventi sulle aree F, indicata dal PD del luglio scorso, si deve valutare dal tour de force in corso nelle circoscrizioni, qualcosa non va.  E’ ora di prendere atto che manca la disponibilità al dialogo e che non si vuole avviare quella seria revisione sulla politica urbanistica richiesta da più parti, ma inascoltata in Piazza Grande.

Quindi che fare? Sulle scelte in corso urgono azioni per la limitazione del danno. Costruire sulla falde acquifere di via Cannizzaro e via Aristotele sarebbe un grave errore. Oltre 20 anni di studi hanno sempre identificato quell’area come la migliore per estrarre la nostra acqua da bere, ora improvvisamente si parla di chiusura e trasferimento dei pozzi. Nelle prossime settimane Modena Attiva avvierà iniziative per la tutela dei nostri pozzi e delle 360.000 persone che ne utilizzano quotidianamente l’acqua.

Nel 2005 anziché aggiornare il PSC si decise di prendere l’apparente scorciatoia della trasformazione delle aree a servizi generali in edificabili. Senza valutazioni puntuali sugli impatti, sulla viabilità, sui servizi, sull’ambiente. Senza una visione d’insieme per un’operazione da oltre 6.000 alloggi. Inserendo aree critiche come Ponte Alto, non tanto per i prevedibili problemi d’inquinamento, ma per l’improbabile collocazione di residenza in un’area a ben altra vocazione.

Oggi, dopo ben 6 anni, in un quadro economico e sociale ben diverso, emergono tutti i limiti di una scelta che andrebbe serenamente rivista.

Non basta, per giustificare le scelte fatte allora, richiamarsi oggi all’housing sociale senza chiarire come e con quali risorse. Se una scelta di pianificazione è sbagliata tale rimane anche per i PEEP. Non serve giocare con i numeri, il diritto di edificabilità che viene riconosciuto ai privati sarà esercitato appena possibile, con tutto il relativo carico d’impatti. Come non serve appellarsi, in modo un po’ patetico e strumentale, ai giovani e ai loro bisogni.

Perché non impegnarsi per realizzare una variante omogenea agli strumenti urbanistici comunali e avviare l’elaborazione di un nuovo PSC, invece di insistere sulla strada collaudata del braccio di ferro, che ha già prodotto l’anomalia politica di una giunta senza SEL e IDV?

Nel centrosinistra è diffusa in modo ampio la richiesta di cambiamento. Definirla come l’egoismo isolato di pochi è sbagliato, pretestuoso e poco intelligente. La politica è altra cosa. In questa situazione l’unica strada percorribile è lavorare con la base elettorale del centrosinistra. Non si tratta di lanciarsi in uno sterile toto-nomine, ne di ipotizzare una lista civica, ma di contribuire alla definizione di una piattaforma programmatica chiara, precisa, credibile, dove le parole coincidano coi fatti e dove gli elettori del centrosinistra trovino un’alternativa concreta alle attuali, superate, politiche. Sapendo che il rinnovamento passerà dalle primarie e da nuovi nomi, perché non esistono politici per tutte le stagioni.

Se poi l’assessore Sitta vuole capire cosa pensa una parte della città venga domenica al TeTe a vedere l’inchiesta sull’urbanistica realizzata da giovani per i giovani. Troverà tanti precari a cui potrà spiegare come accendere ai mutui sulla prima casa.
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